Ci sono libri che si leggono perché capitano tra le mani, perché se ne conosce l'autore, perché il titolo o la copertina sono accattivanti, perché lo consiglia una persona del cui giudizio ci si fida, altri perché si sa subito che al leggerlo si apre un nuovo mondo.
Alcuni (pochi) libri per tutti quei motivi insieme.
Questo è uno di QUEI libri!
I classici Sonzogno avevano la copertina azzurra e costavano una lira; la Biblioteca Universale aveva la copertina giallognola, con una figura d'angelo che dava fiato a una tromba, e offriva, in cento pagine, per trenta centesimi, una vertiginosa raccolta di scrittori antichi e moderni, che la fama aveva già consacrato; la Biblioteca popolare aveva una copertina in bianco e nero, e nei volumetti di piccolo formato, non più di cinquanta pagine, comprendeva tutto lo scibile. Erano dieci centesimi di storia, di matematica, di filosofia, di letteratura, di tutto ciò che può rientrare nel nome tanto elastico e tanto affascinante di scienza. Anche oggi ci sono collezioni come queste, e sono anche belle, ricche, meno costose, fatte le proporzioni, e io stesso non saprei dire in che cosa differiscano dalle collezioni Sonzogno, sparite nel nulla. (Ieri però in un catalogo d'antiquario, ho trovato un Polibio, un Appiano, un Dionigi di Sonzogno a prezzi spaventosi: nella vecchia casa di Don Sebastiano ci dovrebbero essere tutti). Non c'è nulla che io detesti come la vita passata: ma direi che queste raccolte di oggi sanno di società per azioni e di supermercato. Forse il guaio è sempre quello: che oggi tutti sanno leggere. O forse ... forse perché un libro sia un libro, e si trasformi in sogno, forse occorre, come c'era allora a Nuoro e in tutti i paesi, il falegname, il maestro del legno, e a Nuoro si chiamava Zerominu (Gerolamo, ma può darsi che fosse un soprannome), che nelle giornate estive, alle due del pomeriggio, deposta la sega e la pialla, dava fiato alla cornetta, e il suono si riversava nei vicoli infuocati, si insinuava nelle case, e tutta la vita restava sospesa a quelle note. Anche i cani distesi come morti lungo la poca ombra delle case muovevano la coda. Peppino e Sebastiano, nello stanzino senz'aria, leggevano accompagnati da quella voce, e leggevano per la stessa ragione per la quale Zerominu suonava la cornetta, cioè per nessuna ragione, perché gli uomini avevano un pertugio per il quale penetrava il mistero. E mistero erano anche le pagine rosa che avevano scoperto in fondo al volume e contenevano l'elenco completo delle collezioni Sonzogno, rivelavano la meravigliosa cornucopia che era la vita. Ci sarà stato un pizzico di quel sentimento che faceva lagrimare Don Sebastiano? lo credo di no, e comunque Don Sebastiano guardava con una certa preoccupazione questi libri che si accumulavano nello stanzino, e che gli sembravano troppi, e più l'industria infantile, che i ragazzi avevano creato intorno ai libri: perché essi avevano imparato a incartare i libri coi giornali (si prendeva un foglio, si facevano due tagli obliqui in corrispondenza del bordo, si ripiegavano nell'interno i piccoli trapezi che ne risultavano, poi si operavano altri due tagli agli estremi della, copertina, sulla quale si ripiegavano i lembi dall'una e dall'altra parte) e, cosa più meravigliosa, a rilegarli. Si erano costruiti un telaietto, visto chissà dove, e rilegavano in un volume specialmente i libretti della Biblioteca Popolare, che erano troppo sottili per stare in piedi nello scaffale: a gruppi di 6, 7 ciascuno secondo l'argomento. A Don Sebastiano tutto questo sembrava un gioco, ed egli non amava i giochi. In casa sua non era mai entrato un giocattolo, se non fosse qualcuno per le bambine morte, ed era morto con esse. Per fortuna non saliva quasi mai al piano di sopra, e sempre meno si accorgeva di quel che accadeva intorno.
L'assenza del padre nella casa è una terribile presenza. Ma io non saprei dare torto, nel giorno del giudizio, a Don Sebastiano, o almeno non gli darei torto del tutto. Tutte quelle cose che si scrivono sui padri e sui figli, tutti quei drammi, sono per me letteratura, e la famosa pedagogia è paternità a freddo; e niente altro. Ciascuno è padre di se stesso e figlio di se stesso, questa è la mia idea. Don Sebastiano aveva sette figli, che sono molto più di un intero popolo per un re: e il suo sogno di laurearli tutti, che l'intelligenza dei figli incredibilmente sembrava favorire, cominciava a realizzarsi con la terribile diaspora dei più grandicelli. Come mi pare di aver detto, per andare avanti negli studi, bisognava correre l'avventura della lontana città, di Sassari o addirittura di Cagliari. Questo voleva dire per Don Sebastiano, mandare ogni mese. cento lire per ogni figlio, e per il notaio di Nuoro era una cosa che metteva a dura prova le sue forze. Gli sembrava che fosse venuta fuori una nuova misura della sua ricchezza.
Che un ragazzo quindicenne venisse catapultato dalla casa e dal borgo in una città lontana, in una vera città, dove non esistevano amici né conoscenti, se non qualche notaio importante che non era certo il caso di disturbare, e là, arrivato dopo una giornata di viaggio, dovesse arrangiarsi a trovare una pensioncina presso qualche vecchia zitella, privandosi di tutto; che in questo impatto col mondo potesse soffrire, non era cosa che lo preoccupasse e neppure gli passava per la mente. In fondo non era che una posta nella grande partita della sua esistenza, che giocava senza nemmeno avvedersene. La pena era di Donna Vincenza, che vedeva i figli staccarsi dal suo seno, che si alzava prima dell'alba per preparare il viatico (le cose che ciascuno amava o ella credeva che amasse), che sapeva che quello non era un principio ma una fine. A Natale e a Pasqua (il lungo viaggio e la spesa non consentivano ritorni durante l'anno) avrebbe spedito loro quei buoni dolci di mandorla e zucchero, i culurjones di marzapane avvolti in un'ostia e fritti, che essa stessa lavorava con l'aiuto di Peppedda, e di qualche tributaria della casa che si prestava per devota e dolente amicizia: ma sentiva che quando sarebbero tornati, per le grandi vacanze, non sarebbero più stati i suoi figli.
Donna Vincenza guardava con amore i libri che i figli raccoglievano con amore, e che essa non avrebbe mai letto. Sebastiano che ancora le saltava in grembo, voleva talvolta leggerle qualche pagina, ma essa gli chiedeva prima se erano "cose vere": e l'ingenua domanda aveva una sua profondità, perché era l'inconsapevole rifiuto della fantasia. Vi era in questo un punto di contatto con Don Sebastiano, perché anch'egli non viveva che della verità, e il suo mestiere era proprio quello di registrare la verità. E invece la fantasia entrava nella casa austera coi libri, e operava silenziosamente, toccando con la sua bacchetta magica uomini e cose.
Alcuni (pochi) libri per tutti quei motivi insieme.
Questo è uno di QUEI libri!
L'assenza del padre nella casa è una terribile presenza. Ma io non saprei dare torto, nel giorno del giudizio, a Don Sebastiano, o almeno non gli darei torto del tutto. Tutte quelle cose che si scrivono sui padri e sui figli, tutti quei drammi, sono per me letteratura, e la famosa pedagogia è paternità a freddo; e niente altro. Ciascuno è padre di se stesso e figlio di se stesso, questa è la mia idea. Don Sebastiano aveva sette figli, che sono molto più di un intero popolo per un re: e il suo sogno di laurearli tutti, che l'intelligenza dei figli incredibilmente sembrava favorire, cominciava a realizzarsi con la terribile diaspora dei più grandicelli. Come mi pare di aver detto, per andare avanti negli studi, bisognava correre l'avventura della lontana città, di Sassari o addirittura di Cagliari. Questo voleva dire per Don Sebastiano, mandare ogni mese. cento lire per ogni figlio, e per il notaio di Nuoro era una cosa che metteva a dura prova le sue forze. Gli sembrava che fosse venuta fuori una nuova misura della sua ricchezza.
Che un ragazzo quindicenne venisse catapultato dalla casa e dal borgo in una città lontana, in una vera città, dove non esistevano amici né conoscenti, se non qualche notaio importante che non era certo il caso di disturbare, e là, arrivato dopo una giornata di viaggio, dovesse arrangiarsi a trovare una pensioncina presso qualche vecchia zitella, privandosi di tutto; che in questo impatto col mondo potesse soffrire, non era cosa che lo preoccupasse e neppure gli passava per la mente. In fondo non era che una posta nella grande partita della sua esistenza, che giocava senza nemmeno avvedersene. La pena era di Donna Vincenza, che vedeva i figli staccarsi dal suo seno, che si alzava prima dell'alba per preparare il viatico (le cose che ciascuno amava o ella credeva che amasse), che sapeva che quello non era un principio ma una fine. A Natale e a Pasqua (il lungo viaggio e la spesa non consentivano ritorni durante l'anno) avrebbe spedito loro quei buoni dolci di mandorla e zucchero, i culurjones di marzapane avvolti in un'ostia e fritti, che essa stessa lavorava con l'aiuto di Peppedda, e di qualche tributaria della casa che si prestava per devota e dolente amicizia: ma sentiva che quando sarebbero tornati, per le grandi vacanze, non sarebbero più stati i suoi figli.
Donna Vincenza guardava con amore i libri che i figli raccoglievano con amore, e che essa non avrebbe mai letto. Sebastiano che ancora le saltava in grembo, voleva talvolta leggerle qualche pagina, ma essa gli chiedeva prima se erano "cose vere": e l'ingenua domanda aveva una sua profondità, perché era l'inconsapevole rifiuto della fantasia. Vi era in questo un punto di contatto con Don Sebastiano, perché anch'egli non viveva che della verità, e il suo mestiere era proprio quello di registrare la verità. E invece la fantasia entrava nella casa austera coi libri, e operava silenziosamente, toccando con la sua bacchetta magica uomini e cose.


