giovedì, 02 luglio 2009
Ci sono libri che si leggono perché capitano tra le mani, perché se ne conosce l'autore, perché il titolo o la copertina sono accattivanti, perché lo consiglia una persona del cui giudizio ci si fida, altri perché si sa subito che al leggerlo si apre un nuovo mondo.
Alcuni (pochi) libri per tutti quei motivi insieme.
Questo è uno di QUEI libri!


More about Il giorno del giudizioI classici Sonzogno avevano la copertina azzurra e costavano una lira; la Biblioteca Universale aveva la copertina giallognola, con una figura d'angelo che dava fiato a una tromba, e offriva, in cento pagine, per trenta centesimi, una vertiginosa raccolta di scrittori antichi e moderni, che la fama aveva già consacrato; la Biblioteca popolare aveva una copertina in bianco e nero, e nei volumetti di piccolo formato, non più di cinquanta pagine, comprendeva tutto lo scibile. Erano dieci centesimi di storia, di matematica, di filosofia, di letteratura, di tutto ciò che può rientrare nel nome tanto elastico e tanto affascinante di scienza. Anche oggi ci sono collezioni come queste, e sono anche belle, ricche, meno costose, fatte le proporzioni, e io stesso non saprei dire in che cosa differiscano dalle collezioni Sonzogno, sparite nel nulla. (Ieri però in un catalogo d'antiquario, ho trovato un Polibio, un Appiano, un Dionigi di Sonzogno a prezzi spaventosi: nella vecchia casa di Don Sebastiano ci dovrebbero essere tutti). Non c'è nulla che io detesti come la vita passata: ma direi che queste raccolte di oggi sanno di società per azioni e di supermercato. Forse il guaio è sempre quello: che oggi tutti sanno leggere. O forse ... forse perché un libro sia un libro, e si trasformi in sogno, forse occorre, come c'era allora a Nuoro e in tutti i paesi, il falegname, il maestro del legno, e a Nuoro si chiamava Zerominu (Gerolamo, ma può darsi che fosse un soprannome), che nelle giornate estive, alle due del pomeriggio, deposta la sega e la pialla, dava fiato alla cornetta, e il suono si riversava nei vicoli infuocati, si insinuava nelle case, e tutta la vita restava sospesa a quelle note. Anche i cani distesi come morti lungo la poca ombra delle case muovevano la coda. Peppino e Sebastiano, nello stanzino senz'aria, leggevano accompagnati da quella voce, e leggevano per la stessa ragione per la quale Zerominu suonava la cornetta, cioè per nessuna ragione, perché gli uomini avevano un pertugio per il quale penetrava il mistero. E mistero erano anche le pagine rosa che avevano scoperto in fondo al volume e contenevano l'elenco completo delle collezioni Sonzogno, rivelavano la meravigliosa cornucopia che era la vita. Ci sarà stato un pizzico di quel sentimento che faceva lagrimare Don Sebastiano? lo credo di no, e comunque Don Sebastiano guardava con una certa preoccupazione questi libri che si accumulavano nello stanzino, e che gli sembravano troppi, e più l'industria infantile, che i ragazzi avevano creato intorno ai libri: perché essi avevano imparato a incartare i libri coi giornali (si prendeva un foglio, si facevano due tagli obliqui in corrispondenza del bordo, si ripiegavano nell'interno i piccoli trapezi che ne risultavano, poi si operavano altri due tagli agli estremi della, copertina, sulla quale si ripiegavano i lembi dall'una e dall'altra parte) e, cosa più meravigliosa, a rilegarli. Si erano costruiti un telaietto, visto chissà dove, e rilegavano in un volume specialmente i libretti della Biblioteca Popolare, che erano troppo sottili per stare in piedi nello scaffale: a gruppi di 6, 7 ciascuno secondo l'argomento. A Don Sebastiano tutto questo sembrava un gioco, ed egli non amava i giochi. In casa sua non era mai entrato un giocattolo, se non fosse qualcuno per le bambine morte, ed era morto con esse. Per fortuna non saliva quasi mai al piano di sopra, e sempre meno si accorgeva di quel che accadeva intorno.
L'assenza del padre nella casa è una terribile presenza. Ma io non saprei dare torto, nel giorno del giudizio, a Don Sebastiano, o almeno non gli darei torto del tutto. Tutte quelle cose che si scrivono sui padri e sui figli, tutti quei drammi, sono per me letteratura, e la famosa pedagogia è paternità a freddo; e niente altro. Ciascuno è padre di se stesso e figlio di se stesso, questa è la mia idea. Don Sebastiano aveva sette figli, che sono molto più di un intero popolo per un re: e il suo sogno di laurearli tutti, che l'intelligenza dei figli incredibilmente sembrava favorire, cominciava a realizzarsi con la terribile diaspora dei più grandicelli. Come mi pare di aver detto, per andare avanti negli studi, bisognava correre l'avventura della lontana città, di Sassari o addirittura di Cagliari. Questo voleva dire per Don Sebastiano, mandare ogni mese. cento lire per ogni figlio, e per il notaio di Nuoro era una cosa che metteva a dura prova le sue forze. Gli sembrava che fosse venuta fuori una nuova misura della sua ricchezza.
Che un ragazzo quindicenne venisse catapultato dalla casa e dal borgo in una città lontana, in una vera città, dove non esistevano amici né conoscenti, se non qualche notaio importante che non era certo il caso di disturbare, e là, arrivato dopo una giornata di viaggio, dovesse arrangiarsi a trovare una pensioncina presso qualche vecchia zitella, privandosi di tutto; che in questo impatto col mondo potesse soffrire, non era cosa che lo preoccupasse e neppure gli passava per la mente. In fondo non era che una posta nella grande partita della sua esistenza, che giocava senza nemmeno avvedersene. La pena era di Donna Vincenza, che vedeva i figli staccarsi dal suo seno, che si alzava prima dell'alba per preparare il viatico (le cose che ciascuno amava o ella credeva che amasse), che sapeva che quello non era un principio ma una fine. A Natale e a Pasqua (il lungo viaggio e la spesa non consentivano ritorni durante l'anno) avrebbe spedito loro quei buoni dolci di mandorla e zucchero, i culurjones di marzapane avvolti in un'ostia e fritti, che essa stessa lavorava con l'aiuto di Peppedda, e di qualche tributaria della casa che si prestava per devota e dolente amicizia: ma sentiva che quando sarebbero tornati, per le grandi vacanze, non sarebbero più stati i suoi figli.
Donna Vincenza guardava con amore i libri che i figli raccoglievano con amore, e che essa non avrebbe mai letto. Sebastiano che ancora le saltava in grembo, voleva talvolta leggerle qualche pagina, ma essa gli chiedeva prima se erano "cose vere": e l'ingenua domanda aveva una sua profondità, perché era l'inconsapevole rifiuto della fantasia. Vi era in questo un punto di contatto con Don Sebastiano, perché anch'egli non viveva che della verità, e il suo mestiere era proprio quello di registrare la verità. E invece la fantasia entrava nella casa austera coi libri, e operava silenziosamente, toccando con la sua bacchetta magica uomini e cose.

Salvatore Satta, Il giorno del giudizio,
1999, Nuoro, Ilisso p.67-9
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categoria:pensieri, libri, vita
lunedì, 29 giugno 2009
More about Il cagnolino lungo la strada

Ero come uno ferito al ventre, che corre tenendosi in mano le budella perché non fuoriescano. In effetti sapevo di non essere l'unico. Ma una persona costretta a pensare in continuazione alla propria ferita può dire cose assennate?

Czesław Miłosz, Il cagnolino lungo la strada,
2002, Milano, Adelphi p. 103
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categoria:libri, vita, dubbi
domenica, 28 giugno 2009


(chi vuole può cliccare sulla copertina e scaricare il disco,
se poi gli piace e vuole tenerlo però lo deve comprare... ajá..)
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categoria:dischi
venerdì, 26 giugno 2009
Mi sento osservato.
Lascio la vetrina della libreria. Tanto si sa, per quanto mi possano piacere i dizionari non credo che comprerò la nuova edizione del dizionario cinese-italiano. Appena faccio quel mezzo giro per riprendere il mio cammino capisco.
Una ragazza, lì ferma sulla soglia con una vestitino da casa, con una fantasia a fiorellini, i capelli raccolti con una molla così italiana che manca solo una radio accesa a spandere una canzone di Mina per sembrare in una scena di un film di Almodóvar.
Mi guarda e sorride.
Sorrido.
E mentre giro l'angolo passandole davanti con gli occhi bassi perché, come sempre, non so bene se guardarla in faccia sarebbe troppo s.facciato dice:
- Buon viaggio allora!
E continuando a camminare, forse appena un po' più lentamente, alzo lo sguardo e giro la testa e le sorrido di nuovo. Pensando "ma tu ci sei? ma tu come sai?".
Lei sorride guardando verso di me ma il suo sorriso mi trapassa e va oltre.
In effetti, non sa e l'augurio non è per me!
Faccio appena a tempo a guardare nella direzione in cui vanno i miei passi per vedere una piroetta.
Di una bimbetta piccina tutta di rosa vestita, coi boccoli biondi ancora agitati per la giravolta.
Un gran sorriso.
Neppure questo è per me. E mi scanso. Non voglio coprirle la madre.
Faccio bene. Nel breve tempo del mio clinamen vedo un'ombra apparire e dileguarsi negli occhi azzurri azzurri di questo esserino.
Capisce pure lei e mi regala un sorriso. Ricambio.
Continuo a camminare ma come sempre mi volto e vedo la scena dal di fuori. Mentre quelle due continuano a parlare e la mamma la incoraggia al suo viaggio.

La data di questo post è qualcosa di un po' assurdo... La scena era di martedì e oggi è domenica. Nel mentre ho provato a rimettere la radio... Il coso qui a sinistra che non funziona per intenderci... Ci riuscirò... se il server collabora!

Nel mentre son tornato dal viaggio in nave. Quello fatto in una nave che si chiama Odissea e miglior nome non poteva avere!
Fatto pure lo spettacolo per il varo. Motivo per il quale ero su quell'affare.
Nulla è andato come previsto.
Ma ci siamo divertiti.
Stanchi ma contenti.

Di tutta questa settimana faticosa rimane qualcosa. Tra le pagine chiare e le pagine scure...
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categoria:vita, buffità
martedì, 23 giugno 2009
More about Under 25Per ora, invece, pensiamo solo a guardarci intorno, vogliamo mettere il naso dove i giri turistici non arrivano. Ci piace chiacchierare con i negozianti, gironzolare per i mercatini, curiosare per le strade di città che non conosciamo. Quando siamo in viaggio mangiamo poco, non per la linea, ma per i soldi; spesso cerchiamo di arrangiarci con un panino e un succo di frutta; a volte capitiamo in mezzo a qualche sagra di paese, e allora ci concediamo anche un bicchiere di vino.
Quando arriviamo in una nuova città, proviamo a indovinare quale sia il centro facendo dei giri per le strade, poi ci prendiamo un caffè, leggiamo il giornale e cominciamo a vagare in cerca di cose da vedere. Non importa se non ci sono opere d'arte famose, in ogni posto si trova qualcosa di bello davanti al quale vale la pena perdere un po' del proprio tempo.

Giancarlo Viscovich, Elogio della motocicletta, in
Pier Vittorio Tondelli (a cura di), Under 25. Vol. I. Giovani blues,
2005, Milano, Costlan p. 152-3



E' un breve brano tratto da un racconto pubblicato a metà anni '80 quando Tondelli aveva lanciato il progetto Under 25.
E' un giovine (la i al posto della a non è una svista) che parla del suo amore per la moto e di quello che la moto rappresenta per lui. Anche se sono in pochi, purtroppo, a capirlo.
Altri tempi. Altra umanità.
Lo posto perché lo sento un po' mio.
Forse perché dopo un'ora di telefonata con una delle mie migliori amiche e nonostante gli occhi mi si stiano letteralmente chiudendo ripenso al viaggio appena concluso e in qualche modo appena cominciato.
A quel momento buffo e dolce durante il quale, mentre una nave macinava leghe e leghe alla velocità massima possibile, Lucia mi ha svegliato perché le aprissi e s'è infilata nel letto che dividevamo nonostante ci si conosca così poco e da così poco tempo.
Mi racconta come si è conclusa la sua serata.
Sono felice per lei. Pure lei è felice per sé stessa.
Anche se è una cosa piccola, che nemmeno inizia ed è già finita.
Non importa va bene così.
Mi dice:
- Guarda che mi han detto che c'è rimasto male che non sei andato a conoscerlo.
- E tu che hai risposto?
- Che poteva venir lui!
- Già...
- Non hai proprio voglia di conoscer nessuno?
- ...
- ...?
- ... no... credo di no.
- ...?
- ...!
- Ti voglio bene!

E mi ha preso per mano.
S'è addormentata così.
Con la sua mano abbandonata nella mia.
Credo di non averle neppure detto "anche io!".
Il mare brillava argentato. Il vento soffiava forte.
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categoria:libri, vita, faticità
domenica, 14 giugno 2009
Il titolo è una parola che viene dal Guaranì, e significa «a piedi nudi». Per estensione, sta a significare «povera gente», ovvero come i colti e cosmopoliti argentini definivano che si inurbava dalle aree profonde dell'immenso Paese. Nella regione nordorientale, l'area delle missioni, gli immigrati crearono una musica unica che era frutto del meticciato tra scampoli di cultura portoghese, spagnola, africana, e quella locale dei Guaranì: il chamamé. Che poi il successo planetario del tango abbia oscurato tale palpitante miscela creativa, musica da danza con ineffabili scie di malinconia è solo frutto della storia: si può recuperare con questa incisione, a opera del fisarmonicista e compositore Spasiuk: leggerezza fatata e spessore vanno di pari passo.

(recensione di g.fe. in «Alias»
sabato 13 giugno 2009, p. 16)



(chi vuole può cliccare sulla copertina e scaricare il disco,
se poi gli piace e vuole tenerlo però lo deve comprare... ajá...)
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categoria:dischi
domenica, 14 giugno 2009


Niño hojas sale de casa
muy temprano a trabajar
sube a un tren y por las mañanas
canta mientras ve gente comer

Árboles caen tras las ventanas
nubes se van el tiempo no alcanza
ya llegara otra noche
para cenar otra vez

Niño hojas canta de noche
nueve discos para dormir
tiene hojas en los bolsillos
y las usa para escribir

Nieve que cae tras las ventanas
Nubes se van y el tiempo no alcanza
Hay que empezar las maletas
para volar otra vez

Creo es mejor solo ser enemigos
Nada mejor, nada mejor
Así pasaran los años y seguimos
Sin un amor, sin un adiós

Yo creo es mejor solo ser enemigos
Nada mejor, nada mejor
Así pasaran los años y seguimos
Sin un amor, sin un adiós
Sin un amor, sin un adiós
Sin un amor, sin un adiós
Sin un amor, sin un adiós
Bimbo foglia esce di casa
molto presto per lavorare
sale su un treno e di mattina
canta mentre vede la gente mangiare

Alberi cadono dietro le finestre
nuvole rapide il tempo non basta
arriverà un'altra notte
per cenare un altra volta

Bimbo foglia canta di notte
nove dischi per dormire
ha delle foglie nelle tasche
e le usa per scrivere

Neve che cade dietro le finestre
nuvole rapide il tempo non basta
bisogna cominciare le valige
per volare un'altra volta

Credo sia meglio essere nemici
nulla di meglio, nulla di meglio
così passeranno gli anni e continueremo
senza un amore, senza un addio

Credo sia meglio essere nemici
nulla di meglio, nulla di meglio
così passeranno gli anni e continueremo
senza un amore, senza un addio
senza un amore, senza un addio
senza un amore, senza un addio
senza un amore, senza un addio

Per il resto del disco cliccate qui.
(come sempre se poi vi piace e vuolete tenerlo però lo devete comprare... ajá...)
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categoria:canzoni, dischi
sabato, 13 giugno 2009
Fare sesso?
E' un diritto perché costituisce un modus vivendi essenziale per l'espressione dello sviluppo della persona. Pertanto la perdita o la riduzione della sessualità va risarcita come danno biologico sia se derivata da atti di violenza sia da colpe mediche.

Terza sezione civile Corte di cassazione
(Dal numero odierno de "il manifesto" p. 10)

E oggi c'è stato anche il pride di Roma e le interviste trasmesse in tv sono sempre le più strane.
Da chi ha partecipato all'organizzazione. A chi vive sulla propria pelle cosa significhi essere discriminato. A chi è lì solo perché "c'è una bella energia e vale la pena esserci". A chi, con un@ figli@ vestit@ da farfalla, in braccio dice "a me non interessa la sua sessualità quando sarà grande, vorrei solo che sia felice e possa vivere in un paese tollerante e libero".
Già! E a me sentendo parole simili è venuto in mente un video. E ho visto quella farfalla diventare un'ape (si dirà un apo? O servirà un servizio di disambiguazione neuronale per non pensare ad altro?).
Ripenso ai discorsi degli ultimi giorni.
Ai pranzi e cene con le mie amiche.
Alle considerazioni sul paese dove viviamo.
Sul fatto che mi ritrovo sempre più spesso a parlare con persone (assurde) e nel mentre pensare "E quest@ vota?". Mi si dice che è una questione personale«.
Personale un cazzo! Rispondo piuttosto incattivito.
Il fatto che uno voti senza pensare a quel che fa poi condiziona la vita di tutti.
Che un ministro delle pari opportunità dica che in fondo un gaypride nella capitale della cristianità è uno scontro culturale e che in fondo è giusto che il papa si opponga ai matrimoni omosessuali... sì che lui si opponga posso capirlo (che sia giusto anche no, grazie!) ma tu? tu sei una ministra dello stato italiano e rispondi al popolo italiano alla capitale dello stato italiano e PORCO DIO il papa se ne può anche andare a fare in culo!
No?
Popolo delle Libertà lo chiamano... sì di fare come cazzo ce pare! Come li canzonava qualcuno di saggio.

Sarà per questo che poi alla fine leggo tanto.
Non sopporto più niente e nessuno.
(Non è vero passo ore e ore a parlare con amici e amiche, minuti e minuti a guardare due chiocciole ferme da giorni dove al mattino lascio la bici... ma questi sono altri discorsi).
Per lo meno i libri non parlano.
Se li lasci lì non scappano.
Non sanno offendersi.
Sanno solo offrirsi.
Con la gratuità di una vecchia amicizia.
E forse perché come ricorda Paolo Nori:
viene in mente quel che diceva Brodskji: che la filosofia dello Stato, la sua etica - per non dire della sua estetica -, sono sempre «ieri». La lingua e la letteratura sono sempre «oggi», e spesso possono essere addirittura «domani».
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categoria:pensieri, vita, domande, buffità
giovedì, 11 giugno 2009
Più riguardo a DesertoForse, l'ultima grande battaglia si è combattuta a Bou Denib, quando il generale Vigny ha annientato i seimila uomini di Mulay Hiba. Allora il figlio di Ma el Ainin è fuggito sulle montagne, scomparso per nascondere quella vergogna indubbiamente, perché era diventato un lakhtne, una carne senza ossa, come dicono, un vinto. Il vecchio sceicco è rimasto solo, prigioniero nella fortezza di Smara, senza capire che non erano state le armi a sconfiggerlo, ma il denaro; il denaro dei banchieri che avevano pagato i soldati del sultano Mulay Hafid e le loro belle uniformi; il denaro che i soldati dei cristiani andavano a prendere nei porti, prelevando la loro parte di diritti doganali; il denaro delle terre spogliate, dei palmeti usurpati, delle foreste consegnate a quelli che poi le sfruttavano. E come avrebbe potuto capirlo? Sapeva forse cos'era la Banca di Parigi e dei Paesi Bassi, conosceva il significato di un mutuo per la costruzione delle ferrovie, sapeva cos'era una Società per lo sfruttamento dei nitrati del Gourara-Touat? Non sapeva niente di niente, così come ignorava che mentre lui stava pregando e benedicendo gli uomini del deserto, i governi di Francia e di Gran Bre-tagna firmavano un accordo che dava alla prima un paese chiamato Marocco e alla seconda un paese chiamato Egitto. Mentre lui regalava tutte le sue parole, ogni suo respiro agli ultimi uomini liberi, gli Izarguen, gli Arous-siyne, i Tidrarin, gli Uled Bou Sebaa, i Taubal, i Reguibat Sahel, gli Uled Delim, gli Imraguen, mentre dava il proprio potere alla sua tribù, i Berik Al-lah, sapeva che un consorzio bancario, il cui membro principale era la Banca di Parigi e dei Paesi Bassi, accordava al re Mulay Hafid un prestito di sessantadue milioni e cinquecentomila franchi oro, il cui interesse del 5% era garantito dal ricavato di tutti i diritti doganali dei porti della costa, e che i soldati stranieri erano entrati nel paese per controllare che almeno il 60% degli introiti quotidiani delle dogane venissero versati alla Banca? Sapeva che quando era stato firmato l'Atto di Algesiras che poneva fine alla guerra santa, il debito del re Mulay Hafid ammontava a duecentosei milioni di franchi oro e quindi, ovviamente, non avrebbe mai potuto rimborsare i suoi creditori? Ma il vecchio sceicco non sapeva niente di tutto questo, perché i suoi guerrieri non combattevano per denaro, ma solo per una benedizione, e la terra che difendevano non apparteneva a loro, né ad altri, perché era semplicemente lo spazio libero del loro sguardo, un dono di dio.

J.M.L. Le Clézio, Deserto,
2008, Milano, Rizzoli p. 332-4
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categoria:pensieri, vita
giovedì, 11 giugno 2009
Giovani carini e abbastanza disoccupati!
Ma soprattutto riccetti :)

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categoria:canzoni